Deserto

I segnali di fumo che esala la mia bocca, non sono mai troppo pochi. E come le strade addormentate nel traffico dell’ora di punta, i miei polmoni si riempiono di micropolveri. I tergicristalli per i chilometri ubriachi fradici, e le storie che non racconteremo mai a nessuno come l’aria condizionata di un utilitaria, per sbrinare i vetri, i pensieri. Ti eri risvegliata alle otto, completamente bagnata e mimetizzata nel prato davanti casa. Mi chiedevi che ne sarebbe stato di loro e di tutti gli insetti che ci giravano intorno negli anni precedenti, nei pomeriggi appesi come Mussolini. E che cazzo ne so, ti rispondo. Tu ti arrabbi ragionevolmente. Ma la congiuntivite mi ha serrato le palpebre, i lobi temporali che hanno smesso di funzionare. Le buone notti, rotte dai lampi e dai tuoni dei temporali che non vedremo mai.

Fari

Qualcuno era un sognatore, eppure i rumori dei lampioni non lo lasciavano dormire.

Non c’è nulla da capire

Ti ricordi di quando le nostre arterie si intrecciavano ai fili delle cuffiette, descrivevano rotte immense, tra i miei pianti e le tue lenzuola sporche. Che poi hai l’aria di chi la sa lunga e di chi con la stessa aria mi affoga. Mi divertivo a creare dei piccoli vuoti tra le nostre bocche, per simulare un universo interiore. Che assieme, mano nella mano, ce ne siamo andati a spasso per le galassie che non conoscevamo fin troppo sposso. Ci siamo spinti lontano e poi tirati a riva, dal mare, dalle stelle e dall’erba alta dietro la sala prove. Scavarsi miniere nelle tasche è il nostro sport preferito, quando casa mia e vuota e da fuoei cerchiamo le chiavi, nei pantaloni e nelle borse. Quelle chiavi duplicate di nascosto e poi porse, tra le pile di carta che mi hai scritto e che ho conservato in una scatola si scarpe. Le mutande a lavare in lavatrice insieme alle nostre sporche bocche. Abbiamo abbattuto più alberi di quanto avremmo dovuto. Sono in pieno centro, in questa cittá che a maggio sembra il sudafrica ad agosto, e per strada solo magrebini e tunisini che camminano abbracciati. Baciarsi sensa senzo, con Manuel Agnelli in sottofondo, sotto l’ombra fresca delle stazioni. Contrare i chilometri macinati e le facce sfatte, il vino annacquato che ti danno da bere e il tuo doppio gioco infallibile e i miei libri interminabili. Che cerco le risposte sempre nel posto sbagliato, poi ti mastico la mia veritá a bocca aperta, e tra i miei denti intravedi i resti di un esplosione nucleare. Quando sorridi questi fanghi tossici scendono oltre i diciotto metri nel terreno della Campania, quando sorriderai poi a qualcun altro, le protezioni inutili si lacereranno e mi spunterá un occhio sulla fronte. Come quello sulla piramide. Il dolore ci fa prendere pessime decisioni e la paura del dolore è anche peggio. Quando mi lanci contro i san pietrini, alzo verso il cielo il mio scudo di plexiglas, che finirá per sgretolarsi, e nelle ultime righe prima di questa pioggia di meteoriti ti chiedo solo di amarmi, amarmi come una madre, amarmi come una moglie, amarmi come una figlia, come un’amica, come una foglia, e un thè caldo quando ho il mal di gola.

Tagli

Non so quale sconvolgimento astrologico possa cambiare il mio modo di pensare. Mentre lancio sos dal bagno di casa mia, l’unica stanza illuminata di questa casá nel blackout più assoluto del mio cervello.

Nulla

Saltando da una stella all’altra, percorro tutte le mie galassie interiori. Ma la luce della lanterna non basta, quando sull’asfalto del mercato, ormai addormentato, prendono forma i temporali. Che ci la lavano la bocca come un colluttorio, per cancellare tutti i graffi che ci spaccano il palato e non ci fanno dormire. E dimagrire, chiedendosi che ne sará di noi, quando tra vent’anni ci saremo omologati e assicurati, come le nostre automobili, come i nostri rapporti umani. Ogni dieci passi da queste parti si spara un colpo, per tenere a debita distanza le persone. Che come le prostitute non si concedono a gratis. Sono dieci giorni che cerco di avvicinarmi a me e a te, su un pianeta molto piccolo ai limiti di un sistema solare con due soli avevo pensato di averti vista. Ma poi mi ero sbagliato. Continuo a camminare nel silenzio della notte e nel vuoto dell’universo. Ogni centocinquanta metri un semaforo per semplificare le classiche attivitá degli uomini. Così futili. Poi iniziano a lampeggiare e nel caos io non trovo i cerotti, non trovo più la mia ombra e la mia scrittura

Mare Mediterraneo

Si passa lentamente le mani lucide sulle ginocchia, e mi sorride, come una madre, come un amante e come una mantide. Penso che quando le dita smetteranno di danzare sul suo corpo si attaccheranno al mio, e mi taglieranno a pezzetti. Avvolto nel tricolore italiano me ne ritorno al sicuro a casa e in una bara. Oppure a casa e in un bar.
“Mi dicevi della rapina?” Le chiedo.
“Pare siano stati due immigrati, per fame, avanzava timidamente qualcuno ieri al dipartimento, ma nessuno che si espone troppo, non vogliono apparire simpatizzanti per queste orde diaboliche di rifugiati”

“É comprensibile, hanno paura, ma non è giusto. Se apparissero come sono realmente si ritroverebbero isolati. Qui sembra tutto meglio di come è in realtá. Anche io prima di trasferirmi credevo che fosse una cittá gremita solo di stimoli.”

“Dovevi immaginare che fosse così, le persone sono le stesse.” Mi dice, fissando un paio di mattonelle poco sopra la mia testa.

Avrei voluto chiederle di girarsi di spalle e infilarsi tra le mie gambe, ma qualcosa me l’ha impedito.

“Hai ragione” e tento di apparire rassegnato.

Poi mi scava nelle orbite, arriva al nervo ottico e risale al cervello, mentre io mi sento come un ghiacciolo sul fuoco. Cerca, allungando la mano nei pantaloni, vicino alla vasca, le sigarette e me ne offre una. Mentre io penso che non voglio nulla di più, mi invade le lande desolate delle radici con le prime boccate di fumo.

“Ieri Edoardo mi ha chiesto di accompagnarlo a trovare Bea e non ho avuto il coraggio di negargli il mio supporto aereo.”

“Bravo, sono fiera di te”, ma il suo tono ha una marcata vena sarcastica.

“Smettila, posso aiutarlo, lo faccio.” Inizio a sentire il caldo del deserto che precede la tempesta di sappia. Ricorri ai bunker antiatomici, irrintracciabili dai miei radar e dalle mie paranoie. “Quando la siepe è troppo alta meglio girarci intorno.”

“Sei uno stronzo” sono le sue ultime parole prima di alzarsi. L’acqua che schizza mi va negli occhi, almeno se ho gli occhi rossi è colpa del sapone. Completamente nuda, scopare oltre la porta. E io riesco finalmente a stendermi comodamente. I leggeri raggi di sole che filtrati dalla persiana, arrivano in acqua, mi ricordano le scene di quei film di guerra in cui si vedono i colpi attraversare fulminei i primi metri d’acqua. E io mi riduco come un cesto bucato, faccio acqua da ogni parte, come i miei ragionamenti e i miei rapporti umani. Che una volta le p38 caricate a sale sarebbero riuscite a fare davvero male, mentre qualcuno guarda Milano da una finestra del terzo piano delle case popolari dove si è trasferita tua madre, e pensa che Milano è ancora tutta da bere. Passeggiare sulla costa della Manica o sui navigli milanesi, con nelle mani una chitarra e un computer. Guardando le mie gambe tra la schiuma e l’acqua ormai torbida mi chiedo sempre se mi sto comportando bene, se chi amo mi rispetta e se rispetto chi amo. Purtroppo, penso, non riuscirò mai a fidarmi a pieno e forse nessuno può farlo davvero, forse non ce n’è neanche bisogno, in amore in guerra e sul lavoro. La punteggiatura che diventa un agopuntura, per ricordarci delle contraddizioni e dei dolori cronici. L’acqua schizza di nuovo, e le lacrime sulle piastrelle hanno giá iniziato una gara, che è anche giá conclusa nell’assoluta consapevolezza, che siamo solo due gocce d’acqua in un maremoto. Che le inondazioni del mio bagno erano dovute solamente ad un pugno.

Un bagno caldo

È passata più di una settimana dall’ultima volta che l’ho vista. Prima di arrivare con la sua valigia e il suo profumo non mi avvisa mai e mi trovo inevitabilmente a correre da una parte all’altra della casa per mettere apposto tutte le schifezze che lascio in giro quando lei non è con me. 

Bussano alla porta, chiedo chi è. È la sua voce, e non mi rendo conto neanche della risposta che mi ha dato. “Un attimo” grido, mentre cerco le scarpe. Ho il calzino destro bucato. Poi corro verso la porta, inciampando tra un libro e un foglio di carta che è l’ultimo baluardo tra me e lei. Mi rialzo. “Ma che stai combinando?” Mi dice ridendo. Le apro. La guardo e come al solito mi si paralizzano le mani e le corde vocali. Quella che tiene la maniglia la stringe fortissimo, il freddo del ferro mi entra nelle ossa e all’improvviso mi rendo conto che mi sta fissando con forza. “Che dici, mi fai entrare?” Mi chiede col suo tono insolente. È vestita bene, tanto per cambiare, solo un po’ spettinata, ma le dà quel tocco bohemien che mi eccita da morire. Mi scosto dall’ingresso, le prendo la valigia e chiudo la porta. Poso la valigia in camera, meno spaesata del solito si sposta verso la veranda “so dove devo andare” mi dice quasi scocciata. Ogni volta che arrivo la trascino in veranda a fumare, ho bisogno di tempo per sistemare casa. Corro in camera, chiudo i cassetti con i vestiti che hanno devastato gli argini, poso quattro paia di calzini in giro nei pressi del letto nel cestino del bucato. Raccolgo le carte delle merendine e le getto nell’immondizia. Torno in cucina, le pentole aspettano lei, ma getto i fazzoletti sporchi, le briciole dal tavolo e le bottiglie di birra che invadono il lavandino. Mentre vado da lei mi accorgo che ci sono due confezioni del thailandese sul tavolino, le raccolgo e le getto. Poi arrivo finalmente in veranda, una maratona che sembra non finire mai. Ha finito la sigaretta ed è seduta sul divano improvvisato, mi siedo accanto a lei e inizio a toccarle le gambe, dal ginocchio all’inguine. 

“Come stai?” Le chiedo con tono apprensivo.

“Meglio del solito adesso, tu?”

“Me la passo bene, anche se sto studiando parecchio, sono alle prese con il solfato di rame nel tempo libero e con il sistema nervoso, per l’universitá. Mi manca l’amigdala e l’ippocampo, ma ho fatto l’area di Wernicke, la suddivisione in lobi, il cervelletto e la dura madre. Ne avrò ancora per una decina di giorni credo.” 

“Sei sempre molto impegnato tu.” Mi dice con un tono strano. Continua “dovresti prenderti un po’ di tempo per te”. 

E a me viene in mente la prima vacanza che ho trascorso a Barcellona, con quattro amici. Ricordo il vento che feroce mi sferzava il viso e mi disordinava i capelli. E i marocchini che guidano i taxi a 80 km/h in pieno centro. Trenta euro di corsa, in quattro. Ricordo che una mattina a Plaza Catalunya volevano arrestarci per taccheggio in un supermercato, ma abbiamo ripagato tutto e con un po’di fortuna ci hanno lasciato andare. E le fontane che in giro per la cittá non si vedono mai, il Ravàl che è spettacolare, medioevale o medio e basta. 

Si alza e va al bagno. Finisco la sigaretta e la seguo. Entrato in bagno la vedo seduta sul bordo della vasca alle prese con l’acqua. le gambe accavallate e la gonna che le scopre troppo una gamba. 

“Allora questo tempo è per noi, non per me” le dico sorridendo. 

“Ti dispiace?” 

Si sfila la maglietta inutile e la gonna ancora di più inutile, con una fluiditá da fare invidia ad un contorsionista. Toglie i calzini e l’intimo e continua a impartirmi i suoi benevoli ordini. 

“Prendi delle candele, tesoro?” 

Ed io mi sento come se stessero girando un film sulla mia vita e in quel momento la cinepresa si allontanasse da me. Tutto intorno il pallore delle mattonelle, fa sembrare tutto più ampio, mentre io sono pietrificato, o epilettico, come in preda alla sindrome di Stendhal, davanti a questo spettacolo naturale. Che per certi versi è meglio di un esplosione atomica, o un aurora boreale. Corro a cercare le candele e mi spoglio in giro per casa, i calzini li lascio in salotto, la maglietta sulla tavola della cucina. Poi le trovo. Terzo cassetto vicino al frigorifero. Le porto di lá, lei è seduta nuda sul bordo. Mi aspetta. Le accendiamo assieme per velocizzare i tempi. Poi sfilo i pantaloni. Lei infila prima il piede sinistro e poi il destro, si siede così delicatamente da non far spostare l’acqua.  Mi siedo di fronte a lei, mentre penso di essere molto fortunato. Le accarezzo i piedi con i miei. 

“Il tuo tempo lo hai con me e nessun altro.” Mi dice con un tono non troppo severo. 

“E così sia” 

“Hai sentito di quella rapina finita in tragedia a Montparnasse?” Mi chiede curiosa. 

“Parli come un telegiornale, ti lobotomizzeranno.” 

“Quando tu diventerai un bravo medico, cattivone.” Sorride. 

E io mi sento felice. 

Nella più assoluta penombra del bagno la sua ombra proiettata sulle piastrelle sembra definire i limiti di Guernica di Picasso ed io mi sento di nuovo in preda alle allucinazioni. La sua pelle diventata di colore arancione mi invade gli spazi vitali e ne sono felice, non riesco a vedere altro. E nella cera sciolta di queste squallide candele bianche prendono forma i miei ultimi ricordi su Barcellona, sugli armistizi con la quiete e sui torrenti nella stagione del disgelo.