Un bagno caldo

È passata più di una settimana dall’ultima volta che l’ho vista. Prima di arrivare con la sua valigia e il suo profumo non mi avvisa mai e mi trovo inevitabilmente a correre da una parte all’altra della casa per mettere apposto tutte le schifezze che lascio in giro quando lei non è con me. 

Bussano alla porta, chiedo chi è. È la sua voce, e non mi rendo conto neanche della risposta che mi ha dato. “Un attimo” grido, mentre cerco le scarpe. Ho il calzino destro bucato. Poi corro verso la porta, inciampando tra un libro e un foglio di carta che è l’ultimo baluardo tra me e lei. Mi rialzo. “Ma che stai combinando?” Mi dice ridendo. Le apro. La guardo e come al solito mi si paralizzano le mani e le corde vocali. Quella che tiene la maniglia la stringe fortissimo, il freddo del ferro mi entra nelle ossa e all’improvviso mi rendo conto che mi sta fissando con forza. “Che dici, mi fai entrare?” Mi chiede col suo tono insolente. È vestita bene, tanto per cambiare, solo un po’ spettinata, ma le dà quel tocco bohemien che mi eccita da morire. Mi scosto dall’ingresso, le prendo la valigia e chiudo la porta. Poso la valigia in camera, meno spaesata del solito si sposta verso la veranda “so dove devo andare” mi dice quasi scocciata. Ogni volta che arrivo la trascino in veranda a fumare, ho bisogno di tempo per sistemare casa. Corro in camera, chiudo i cassetti con i vestiti che hanno devastato gli argini, poso quattro paia di calzini in giro nei pressi del letto nel cestino del bucato. Raccolgo le carte delle merendine e le getto nell’immondizia. Torno in cucina, le pentole aspettano lei, ma getto i fazzoletti sporchi, le briciole dal tavolo e le bottiglie di birra che invadono il lavandino. Mentre vado da lei mi accorgo che ci sono due confezioni del thailandese sul tavolino, le raccolgo e le getto. Poi arrivo finalmente in veranda, una maratona che sembra non finire mai. Ha finito la sigaretta ed è seduta sul divano improvvisato, mi siedo accanto a lei e inizio a toccarle le gambe, dal ginocchio all’inguine. 

“Come stai?” Le chiedo con tono apprensivo.

“Meglio del solito adesso, tu?”

“Me la passo bene, anche se sto studiando parecchio, sono alle prese con il solfato di rame nel tempo libero e con il sistema nervoso, per l’universitá. Mi manca l’amigdala e l’ippocampo, ma ho fatto l’area di Wernicke, la suddivisione in lobi, il cervelletto e la dura madre. Ne avrò ancora per una decina di giorni credo.” 

“Sei sempre molto impegnato tu.” Mi dice con un tono strano. Continua “dovresti prenderti un po’ di tempo per te”. 

E a me viene in mente la prima vacanza che ho trascorso a Barcellona, con quattro amici. Ricordo il vento che feroce mi sferzava il viso e mi disordinava i capelli. E i marocchini che guidano i taxi a 80 km/h in pieno centro. Trenta euro di corsa, in quattro. Ricordo che una mattina a Plaza Catalunya volevano arrestarci per taccheggio in un supermercato, ma abbiamo ripagato tutto e con un po’di fortuna ci hanno lasciato andare. E le fontane che in giro per la cittá non si vedono mai, il Ravàl che è spettacolare, medioevale o medio e basta. 

Si alza e va al bagno. Finisco la sigaretta e la seguo. Entrato in bagno la vedo seduta sul bordo della vasca alle prese con l’acqua. le gambe accavallate e la gonna che le scopre troppo una gamba. 

“Allora questo tempo è per noi, non per me” le dico sorridendo. 

“Ti dispiace?” 

Si sfila la maglietta inutile e la gonna ancora di più inutile, con una fluiditá da fare invidia ad un contorsionista. Toglie i calzini e l’intimo e continua a impartirmi i suoi benevoli ordini. 

“Prendi delle candele, tesoro?” 

Ed io mi sento come se stessero girando un film sulla mia vita e in quel momento la cinepresa si allontanasse da me. Tutto intorno il pallore delle mattonelle, fa sembrare tutto più ampio, mentre io sono pietrificato, o epilettico, come in preda alla sindrome di Stendhal, davanti a questo spettacolo naturale. Che per certi versi è meglio di un esplosione atomica, o un aurora boreale. Corro a cercare le candele e mi spoglio in giro per casa, i calzini li lascio in salotto, la maglietta sulla tavola della cucina. Poi le trovo. Terzo cassetto vicino al frigorifero. Le porto di lá, lei è seduta nuda sul bordo. Mi aspetta. Le accendiamo assieme per velocizzare i tempi. Poi sfilo i pantaloni. Lei infila prima il piede sinistro e poi il destro, si siede così delicatamente da non far spostare l’acqua.  Mi siedo di fronte a lei, mentre penso di essere molto fortunato. Le accarezzo i piedi con i miei. 

“Il tuo tempo lo hai con me e nessun altro.” Mi dice con un tono non troppo severo. 

“E così sia” 

“Hai sentito di quella rapina finita in tragedia a Montparnasse?” Mi chiede curiosa. 

“Parli come un telegiornale, ti lobotomizzeranno.” 

“Quando tu diventerai un bravo medico, cattivone.” Sorride. 

E io mi sento felice. 

Nella più assoluta penombra del bagno la sua ombra proiettata sulle piastrelle sembra definire i limiti di Guernica di Picasso ed io mi sento di nuovo in preda alle allucinazioni. La sua pelle diventata di colore arancione mi invade gli spazi vitali e ne sono felice, non riesco a vedere altro. E nella cera sciolta di queste squallide candele bianche prendono forma i miei ultimi ricordi su Barcellona, sugli armistizi con la quiete e sui torrenti nella stagione del disgelo.

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Sogno

Mi ero ritrovato in una foresta che doveva essere nordeuropea, data la grande presenza di abeti. Sul fiume mi era comparsa una strana figura, che ad oggi non so ancora definire, un bambino, di etá tra gli otto e dieci, vestiva come se provenisse dagli anni quaranta, calzini alti bianchi, un pantaloncino blu forse troppo corto, una camicia chiara, ingrigita e una cintura usurata. Aveva il volto tumefatto, il sangue dalle labra rotte aveva lievemente sporcato la camicia. In un primo momento ho creduto parlasse un altra lingua e ricordo di avergli gridato per tre volte che non lo capivo. Poi una lingua di fuoco ad illuminargli il volto, la teneva tra le mani, ma non bruciava. “So cosa sei diventato, non devi aver paura di saperlo, tutti corriamo per anni nel fango come cavalli bendati e arrivati al traguardo dimentichiamo il tragitto”. Non capisco, e la mia bocca si muove, ma non riesco a parlare. Il bambino si bagna il capo, ed io intravedo mia madre tra gli alberi, oltre quella figura minuta. “Stai tranquillo, ho il segreto al sicuro, nessuno sa quello che sei, ma questo peccato lo sconterai non sapendo mai quello che sono gli altri”. Gli rispondo “non è un peccato, merito una protezione dal mondo”. Ora tiene quella lingua luminosa solo sulla mano destra e il suo volto si dipinge della rabbia di mio padre, mi porge un fazzoletto e mi dice “davvero credi di essere protetto, svegliati” il fuoco si spegne e il bambino tace. Continuo a gridargli con rabbia che una protezione me la merito, ma lui mi strattona un braccio, mi abbasso e lancia il pugno più doloroso che abbia mai ricevuto. Il sapore ferroso del sangue è l’ultima cosa che ricordo. Poi mi sono svegliato

armando

Ascensore

Rientrato in casa, inizio a studiare, quando ho paura di pensare seppellisco la testa nei libri. Faccio una breve pausa per un tramezzino e un bicchiere di aranciata. Accendo un’altra sigaretta e mi siedo di nuovo alla scrivania. A volte quando ti rendi che le cose sono cambiate, è troppo tardi, o speri semplicemente che lo sia. Ed il nostro corpo ce lo insegna meglio di chiunque altro, dopo un determinato lasso di tempo senza nutrienti sei morta, e la cosa migliore è che neanche Dio puó farti tornare indietro. Ma allora Dio ha creato e alimentato il male? Questa è difficile da spiegare, ed é uno dei Misteri che avvolge l’onnipotente. Egli l’ha creato solo nella quantitá da cui può trarne il bene. Non chiederti dov’è Dio, quando gli americani falciano vite con bombe a grappolo, quando Hitler nasce, quando al televisore vedi i volti dei bambini africani segnati dalla fame e dalla malattia, non chiederti dove sia, perchè non sei all’altezza. Memtre rileggo per la seconda volta la stessa riga, che dovrebbe dirmi qualcosa sui neurotrasmettitori penso che sono nell’occhio del ciclone. La mia vita a Parigi, un istruzione in corso d’opera, una vita con delle enormi impalcature, in ristrutturazione, come i nostri comportamenti peggiori. E bagno le pagine del libro con tutti i sali minerali che ho chiusi all’interno, che avevo chiusi all’interno, ma poi è come se fosse entrato qualcuno dentro e abbia portato via con sè, nel suo zaino, tutti liquidi. Mi consolo sperando che siano serviti per alimentare delle piante, nelle regioni desertiche, come i nostri sogni, che sfiorano i tralicci dell’alta corrente e bruciano in un istante. Come noi e le nostre speranze. Quando sono entrato nel tuo cuore, ho avuto cura di mettere dei copriscarpe, per non lasciare impronte o cicatrici, ma attraversando la tricuspide, per sbaglio ti ho bruciato con la sigaretta. Hai sussultato, ma non era nulla in confronto a quelle ustioni scure che avevi su ogni parete. Gli effetti collaterali non saranno mai i primi ad essere presi in considerazione, dicevano. È notte fonda quando decido di smettere, ho quasi finito le sigarette e tu hai telefonato una sola volta, per assicurarti che fossi vivo. E resto sveglio, oltre le due, oltre le luci dei lampioni, i programmi televisivi scadenti e la mia ombra che gioca con me nell’altro lato del letto. Sporco e stanco chiudo gli occhi, ancora una volta, ma Parigi non è pronta a bruciare.

armando

La cronaca nera per colazione

Sono le sette quando mi si spalancano gli occhi, nell’altra parte del letto non c’è nessuno, solo la luce che entra dalla finestra, e piú che calore e compagnia mi ricorda solo quanto sia doloroso riaprire gli occhi. Le pieghe del lenzuolo lasciano come dei cerchi di grano, indelebile pieghe sul materasso e piaghe sulla mia pelle. Non ho nessuna voglia di fare colazione in casa, mi lavo e mi vesto di fretta, nel terreno di battaglia che è diventata casa mia non trovo nè l’orologio, nè le sigarette. Ho giá guardato il cellulare cinque volte, nell’arco di una mezz’ora scarsa, nessun messaggio. Prima di uscire dalla porta mi fermo per due minuti buoni allo specchio, gli abiti sono piú o meno abbinati, le scarpe allacciate, e il buco sulla punta non si vede piu di tanto, metto una giacca e attraverso la soglia che mi separa dal mondo e dall’universo con tutti i suoi pianeti lontanissimi da lei. Scendo rapidamente queste scale sporche, non sono ancora le nove, ma ci sono giá troppi volti in giro, e pochi essere umani. Qualche ragazzino in ritardo corre verso la scuola piú vicina, mi spingono, mi urtano. “Guarda dove vai?” Riesco a stento a tradurre. Erano passati quattro giorni da quando sono uscito di casa l’ultima volta, mi ero chiuso tra i libri e i becher, avevo dimenticato tutto quello che riguardava me stesso, ma non una sola nozione di chimica. Passo davanti ad un edicola e anche se non sono uno che abitualmente prende il giornale, lo copro. Mi siedo in un bar qualche metro piu avanti e saltando la prima pagina, scorro la cronaca nera. Leggo ” Pochi giorni fa il cadavere di una donna è stato ritrovato chiuso in un sacco di plastica che galleggiava nel canale dell’Ourcq, alla periferia nord-est di Parigi. La donna, che non è stata ancora identificata, era stata legata in posizione fetale e aveva delle ferite sul volto, segno di una probabile colluttazione.” Ci resto male, come al solito quasi, non se ne sentivano cosi da un po’ escludendo quello che accade nelle banliues, c’è ancora gente cattiva nel mondo? Si, mi rispondo, ricordo che mio padre mi diceva che l’erba cattiva non muore mai, forse era solo un tentativo di autoconservazione, di mantenersi sano, nomostante tutti gli errori volontari e non, che ha commesso. Bevendo il caffè, che è peggio del solito, mi ricordo dei riflessi condizionati, dell’istinto e di tutti gli studi che ho svolto sulle varie turbe comportamentali che affligono me e quelli a me più prossimi. Il caffè brucia e senza neanche accorgermene ho la tazza di nuovo distante dalla mia bocca, ed era proprio cosí, mio padre quando cercava di convincersi di aver onorato la sua vita e di averla condotta con criterio e giustizia, cercava unicamente di creare dei cavilli legali, neanche troppo sottili per assolvere tutte le sue colpe che sfilavanp davanti alla sua coscienza. Proprio come quell’assassino che ancora prima di costituirsi dovrá tenere conto della sua coscienza. Un confronto che io al suo posto non potrei affrontare. Il caffè non brucia più. Lo bevo lentamente e mi accendo una sigaretta. Guardando l’orologio vedo che sono da poco passate le dieci, i primi coraggiosi turisti attraversano la strada con abitivi sportivi e sogni inverosimili, chissá tu che sei stata ritrovata come un sasso nel letto del fiume se sai che qui ora sono le dieci, che un inglese sta passeggiando calmo con la moglie, chissá se sai che il semaforo è appena diventato verde, chissá se ora ti stai bagnando anche tu nelle lacrime dei tuoi cari, proprio come me che a fine giornata, mi immergo nel Gange che è solo la mia vasca da bagno. Accendendomi un altra sigaretta penso che dovevi essere dura come il marmo, quando i vigili del fuoco ti hanno fatto risalire le acque, come il marmo su cui ti hanno stesa oggi. Poi ricordo un passo particolare della Bibbia, un lampo, nel buio di questa tempesta filosofica, in Ecclesiaste 9:5,6,10 : “Infatti, i viventi sanno che moriranno; ma i morti non sanno nulla, e per essi non c’è più salario; poiché la loro memoria è dimenticata. Il loro amore come il loro odio e la loro invidia sono da lungo tempo periti, ed essi non hanno più né avranno mai alcuna parte in tutto quello che si fa sotto il sole……. Tutto quello che la tua mano trova da fare, fallo con tutte le tue forze; poiché nel soggiorno de’ morti dove vai, non v’è più né lavoro, né pensiero, né scienza, né sapienza.”
E quando smetto di recitarlo nella mia testa, sono giá di ritorno, mi è sembrata un’eternitá, da solo per questa cittá immensa, sempre e solo patetico come un cane nello spazio.

armando

L’altro lato del ponte

Ci svegliamo nel tardo pomeriggio, come al solito abbiamo saltato il pranzo. Ha ancora sonno mentre le accarezzo sotto la maglietta, ma cerca in ogni modo di restare dolce. Decidiamo di mangiare qualcosa, mentre prepara con templi biblici un semplice piatto di pasta mi chiede se mi sento meglio. Le rispondo vagamente, ma sto meglio sul serio. In questi pochi anni di vita ho capito che mi è piú difficile di quanto pensi, esternare i codici che ho dentro. mentre lei cerca di tradurli al buio, si sente solo il suono fastidioso delle forchette che si scontrano con la porcellana dei piatti. A volte penso che gli universi interiori sono come le mappe della metropolitana di londra, che se sei un po’ più stupido degli altri, non ci capisci nulla. Entra spingendo la porta con un calcio, il caschetto e l’estintore per bagnare tutti i miei fuochi interiori e calmarmi, come quando sotto la lingua scioglievo la tachipirina. Finito di mangiare, lasciamo tutto nel lavandino “faccio io” le dico. Non mi rispondende, ha bisogno di uscire, come i cani. Andiamo a fare una passeggiata, ma è lei che porta a spasso me, ci sediamo sul ponte, mentre le luci scappano oltre i tetti di quei palazzi laggiù. “Ci hai mai pensato alla vita dei politici, ai finti artisti, a chi si sente sempre un passo avanti e in questa convinzione ci tesse delle ragnatele per incastrare gli altri”, mi guarda con gli occhi che sono dei punti interrogativi giganti e continua “ai tubi catodici dei computer, ai telefoni cellulari, la theleton, l’aids, il sussidio di disoccupazione, c’hai mai pensato alle dipendenza dalla droga, dal gioco d’azzardo, dal sesso e dal dolore? Quando cammino da sola mi diverto a immaginare che fardello si porti in braccio la gente, che passeggia con le maschere attaccate dietro la nuca, le saracinesche sugli occhi”. È davvero necessario nella catena cacciatore raccoglitore sapere tutto quello che sappiamo oggi. La guardo cercando tra i suoi capelli delle risposte adatte a quelle domande, ma vomito una ricca successione di parole, che alla fine mi sembrano non essere nulla di che. Penso che siamo tutti arrabbiati con noi stessi e con gli altri, che se avessimo avuto piu tempo da dedicare a noi stessi, oggi saremmo più alti e più belli. Ma inevitabilmente l’orologio si è portato via i tuoi giorni migliori ed è come se io mi senta un gelato ai frutti di bosco, pronto a chiuderti lo stomaco, ancora una volta, magari l’ultima. Le cravatte che quegli altri non sanno nemmeno allacciarsi, li impiccheranno, o comunque è quello che mi auguro. Mentre mi vergogno per i panni sporchi che ho lasciato nella vasca da bagno, tu accendi una candela sul mio cuore e mi gridi di non preoccuparmi. Ma sono pronto a scendere dal ponte in un modo poco convenzionale e che potrebbe spaventarla, ma le dico di non preoccuparsi, che sono testardo davvero e non mi faccio male. L’acqua è diventata scura e sembra trascinarsi via tutti i giardini diversi in cui abbiamo scopato, la memoria interna dei computer, e le promozioni telefoniche che oggi, dici, siamo convinti di aver sprecato.

armando

Frammento A

Un articolo di giornale attira la tua attenzione alle sette del mattino, mentre io litigo con i cereali, le tazze e i bicchieri. Bisogna far presto o finisce come ieri, ma noi non vogliamo neanche finire, figuriamoci se vogliamo finire come ieri. Le regole grammaticali che sento di non rispettare mai mi porteranno al massimo in cantina, a rovistare tra elenchi telefonici e futuri inverosimili. Non c’è un cazzo da capire. Non c’è un cazzo da capire. A volte penso che se mi tagliassero a pezzetti e il vento non mi disperderebbe, finirei in un grande barattolo con l’etichetta bianca “adolescente frustrato”. Magari nel mondo in cui i fraintendimenti sono socialmente accettati, mi avrebbero scambiato per un martirei. Io l’unica cosa che scambierei sarebbero i miei occhi, le lenzuola non le laverei mai, avrei paura di scambiarle quelle. Trasfusioni di organi e di sangue per diventare la stessa persona, ma non saremo mai di cemento armato, guarda come siamo friabili. E sono le nostre lacrime a superare gli argini, arrivare ai grattacieli, grattarsi il capo e i pensieri. Dove saremo tra dieci mila anni? Cosa racconteremo ai figli che non avremo di questi cazzo di anni zero?

armando

Oltreoceano

Non c’era molto da chiederesi su quelle persone che non vogliono altro che la libertá, ma poi si ritrovano in metropolitana all’ora di punta e in giacca e cravatta. Allora arrivano tempestivamente le scale mobile per staccare i tuoi occhi da quelli di qualcun altro. Senza il minimo movimento sono tutti in fila, in ordine, come dei leoni ammaestrati. Hai la forza e l’astuzia per far deragliare un convoglio americano all’avanguardia, con un solo tremendo ruggito sul cuore. Ma non lo fai mai e la tua criniera sferzata dal vento non ripiegherá su se stessa e non ti sporcherá l’anima. Mi risveglio totalmente sudato alle quattro del pomeriggio e con l’alito peggio del solito. Fortuna che non dorme nessuno vicino a me oggi, mi dico. Mi convinco che bastino tutte le stelle dell’universo e fondersele in corpo per ricoprire le cicatrici e comprarsi abiti costosi per rispettare la conformazione sociale piú adatta a me. Parigi brucia, lontana da me, oltre le montagne ci sono dei bagliori, ma non riusciamo a capire se sia un temporale, o una discoteca. Risparmiare le parole perchè oggi non si crede più, perchè i fogli a cui mi affido in vano costano troppo. Questo razzismo dilagante che mi fa arrabbiarre tu che cambi come cambia il vento, la vela di un vecchio veliero ligure. Attraversi l’oceano atlantico chiuso in una gabbia nella stiva di una nave, leone, ti hanno strappato alla vita, a tua madre, ma ancora non lo sai. Oltre le grate di questa prigione, solo il rumore del mare, del sonno che corre via, e delle stelle, che dal mare si vedono meglio. Dove sei stato i tuoi primi mesi di vita? La ricordi la savana? Gli indigeni che si lavano al fiume, raccolte di bacche e antilopi in fuga. Ma alla fine avevi mal di testa e ti sei addormentato, con le fauci tra le sbarre, guardando le stelle e sognando una casa.

Un caso strano a colazione

Quando riapro gli occhi il sole non è ancora troppo alto. Controllo l’orologio, segna le nove in punto. Mi giro verso di lei che dorme ancora, stremata, con i capelli sparsi sul cuscino e il cuore arreso piú o meno all’altezza del mio o del Senna. Quella figura minuta e graziosa seppellita sotto chilometri di coperte e materiali onirici respira forte come una Ford di ultima generazione. L’aria che le esce dalla bocca è calda ed invisibile, ma assume morbide forme che ricordano quelle di un leone alato, prende il volo, allontanatosi dall’aeroporto dei suoi lobi cerebrali dissimula la paura dell’immensitá di camera mia attraverso un espressione impenetrabile. Batte le ali velocemente sale verso il soffitto senza grandi difficoltá. Appena scompare oltre il solaio lei si gira verso di me. Apre gli occhi. “Buongiorno”. “Buongiorno” le rispondo con un filo precario di voce. Mi abbraccia. Poi vado in cucina prendo le due tazze e le riempio di latte e cereali, evitando di comporre la fastidiosa sinfonia di tutte le altre mattine. Prendo due cornetti e metto tutto su un vassoio. Mentre attraverso il corridoio mi chiedo cosa penserebbero queste mura e cosa avrebbero il coraggio di dirmi se potessero parlare. Mangio velocemente come al solito, lei molto piano. Vorrei aprire la finestra, ma non voglio cambiare aria. “Come hai dormito?” Mi chiede. “Ho dormito meglio del solito.” Le rispondo. Sorride. Mentre mastico gli ultimi cereali rimasti una vampata di calore si alza dalla punta dei piedi verso l’inguine. La sensazione di lasciarsi scivolare dalle mani la cosa piú preziosa che possiedi. Il battito accelera e si trascina con sè il respiro. Mi guarda sgranando gli occhi e mi chiede se sto bene. Si, sto bene. Ma queste sono quelle domande che nelle situazioni migliori ti rovesciano un po’ tutte le ciotole e le convinzioni. Che le persone se sapessero in che condizioni reali si trovano avrebbero piú paura di me chiuso in ascensore. Nelle orecchie il flusso incessante del sangue, mentre vorrei essere a Parc Monceau, ma fondamentalmente sono in quel cesso che è camera mia. Continua ad accarezzarmi mentre mi vedo da solo sotto una lastra di ghiaccio della Groenlandia, nessuno dei suoi amici di Greenpeace mi verrá a salvare. Qualcuno mi dice “Ti stai raffreddando.” Ma io vedo solo il bianco del ghiaccio e l’azzurro del cielo. Non riesco a scalfire questa lastra che mi separa dalla vita, i segni del mio passaggio su questa terra restano al di sotto di questo pezzo di ghiaccio, solo dei graffi. Sento tutti i muscoli che mi si irrigidiscono, dopo una lunga serie di piccoli spasmi. Mi risveglio due ore piú tardi, completamente sudato e con molta fame. Lei si è addormentata completamente su di me, e i miei muscoli schiacciati da quel piccolo ammasso di organi, si sono addormentati. Fortunatamente si sveglia poco dopo e si sposta, ma non troppo. “Che ti è successo?”. “Nulla, stai tranquilla, penso solo di avere la febbre” le rispondo. “Non è vero, dimmi che cazzo hai” mi grida arrabbiata. “Ho la febbre”. Si alza e attraversa il corridoio, non so se andava in cucina o in bagno o in salotto o al balcone. Non sento più nessun suono, non puó essere andata via in pigiama, i vestiti sono ancora per terra. Attraverso la casa con un terremoto nella calotta cranica. È seduta sul divano con le gambe incrociate e fuma agitata. Le lancio un bacio alle spalle, magari non si sposta. Poi mi stendo sul divano e su di lei. Mi accarezza i capelli e il viso, ed è come se mi passassero sulla pelle una piuma. È ancora arrabbiata con me, ma non me lo lascia intendere facilmente. Mi bacia nonostante la febbre, nonostante mi senta un fiume nella stagione del disgelo. Le chiedo se vuole venire a letto, mi sorride. È il corteo piú pacifico e amorevole che abbia mai fatto in quel corridoio. Le sfilo quei pochi vestiti che indossa, poi sento il palmo caldo della sua mano che mi descrive tutte le rotte che percorreremo assieme, sulla schiena. Mi spoglia e mentre la tocco mi sorride con la malizia che solo lei sa simulare. Quando mi ritrovo dentro di lei e calmo come un bambino mentre dorme, ci guardiamo affondo, cerchiamo di rilevare ogni increspatura dell’animo, ogni cicatrice che gli altri ci hanno lasciato sulla pelle e nel cuore. Trovate le fratture ci ingessiamo con criterio, ancora attaccati l’uno all’altro. I miei battiti accelerano vistosamente, e come un poliziotto a cui non sfugge nulla, lei se ne accorge. Ansima con forza e io sono felice, di quel piacere stupido e carnale del quale amo esserne la causa. Piove forte e il cielo è completamente grigio, mentre io ricordo di aver dimenticato l’ombrello. Spingo più forte, lei ansima piú forte. Una gara di resistenza, partigiano portami via.

Noi saremo
 
Noi saremo, a dispetto di stolti e di cattivi
che certo guarderanno male la nostra gioia,

talvolta, fieri e sempre indulgenti, è vero?
Andremo allegri e lenti sulla strada modesta

che la speranza addita, senza badare affatto
che qualcuno ci ignori o ci veda, è vero?

Nell’amore isolati come in un bosco nero,
i nostri cuori insieme, con quieta tenerezza,

saranno due usignoli che cantan nella sera.
Quanto al mondo, che sia con noi dolce o irascibile,

non ha molta importanza. Se vuole, esso può bene
accarezzarci o prenderci di mira a suo bersaglio.

Uniti dal più forte, dal più caro legame,
e inoltre ricoperti di una dura corazza,
sorrideremo a tutti senza paura alcuna.

Noi ci preoccuperemo di quello che il destino
per noi ha stabilito, cammineremo insieme
la mano nella mano, con l’anima infantile
di quelli che si amano in modo puro, vero?
-Paul Verlaine

 

Milano da bere

Nelle intersezioni tra i nostri cosiddetti cuori umani ci sono dei semafori lampeggianti, perchè in questo posto è sempre notte. Qui anche le rondini si fermano il meno possibile. Interrogativi notturni come dei contorni al mio mal di schiena. Un bacio attraverso le campagne Ferraresi che volevamo andare a scoprire insieme, anche se poi alla fine ero fondamentalmente da solo, con una coca-cola e patetico come un cane lanciato nello spazio. Missili russi che intercettano i satelliti delle nostre corrispettive compagnie telefoni, e sono delle eclissi per non vedersi. Che i cellulari non funzionano più come i cervelli. Che i cervelli non funzionano più dei cellulari. Attraversando il parco una cometa si è quasi spenta, il grigiore di Milano spegnerebbe anche un teleschermo orwelliano. Sassi dal cavalcavia per simulare l'undici settembre anche in questa squallida provincia lombarda. Svegliarsi e poi ricucirsi gli abiti mentre in strada sfilano netturbini e magrebini, alle prime ore del mattino, mano nella mano. La metropolitana trasuda arroganza e il razzismo dilagante che mi fa sempre arrabbiare. L'errore stava nel non fidarsi. Ma provaci tu a passeggiare bendato per i Navigli.